PRANZO DI NATALE

 

 

Mia nonna Dirce due cose mi ha trasmesso, gli occhi verdi e la ricetta dei cappelletti.

Cappelletti che in verità a Parma si chiamano anolini, anche se a me sembra una parola volgare per cui continuerò a chiamarli cappelletti, e non vogliatemene.

Quella dei cappelletti diventa in città sotto Natale l’argomento principale delle timeline di qualunque social e la gente non si saluta più incontrandosi con un “Ciao” ma si aggredisce immediatamente con un “Tu quanti ne hai fatti?” e se ne hai fatti meno di mille, davvero, meglio che trovi una buona scusa.

La scala sociale della realizzazione del manufatto gastronomico parte in ogni onesta famiglia da colei che li conta. Non si può nemmeno lontanamente sperare di poter prendere in mano lo stampo per cappelletti, figuriamoci quello con espulsore automatico, di chiudere la sfoglia su se stessa o distribuire il ripieno se non si è fatto per 3 o 4 anni il lavoro sporco, ovvero contare.

Per anni, più giovane della truppa (salvo mia cugina Martina che però era evidentemente raccomandata in quanto poté saltare la gavetta) composta da zia Mina, zia Laura, zia Gianna, zia Emilia, zia Flavia e mia madre, ho contato. Raggiungendo cifre da capogiro sempre comprese tra i 3200 e i 3500 pezzi. Mi piaceva, per darmi un tono, definirmi addetta al conteggio e al controllo di qualità poiché il cappelletto semi-aperto sporca il brodo e, con me, uno scempio del genere veniva immediatamente scartato. E mangiato, crudo, con grande goduria.

Contavo e basta, in silenzio, concentrata, e forse nessuno si accorgeva che, oltre a qualche cappelletto comunque semi-aperto che avrebbe sporcato il brodo, rubavo anche esperienze, tecniche, segreti.

Finché non mi sono sentita di fare i miei cappelletti, a casa mia, da sola la prima volta con la ricetta della nonna Dirce. E che meraviglia, quando ho assaggiato il ripieno e sentito che era uguale, ma uguale uguale, al suo.

Però cappelletto non significa solo performance gastronomica al limite, ma soprattutto famiglia e ancor più di famiglia, per me significa ringraziare. E la prima volta che ho deciso di rimettermi ai fornelli per le persone che amo e con cui desideravo condividere la mia personale vittoria non ho avuto dubbi.

Il mio pranzo di Natale è stato molto simile nel menu a tutte le cene di Natale emiliane (una volta soprasseduto sull’eterno dubbio meglio cappelletti, tortellini o anolini? Forza anolini! Ops non si dice anolini!).

Formaggi misti con le mie marmellate da capogiro, anolini (o cappelletti) in brodo, lesso con salsa verde e spongata.

La tavola, invece, la trovate qui. (E Buon Natale, davvero, col cuore).

pranzo di natale