PRANZO DI MARZO

 

 

Facoltà di Scienze della Comunicazione, Reggio Emilia. 1999.

Non fu una decisione del tipo “i miei amici vanno lì”, ma una profonda, sincera fiducia nei confronti del giornalismo e delle potenzialità della comunicazione. Quindi non conoscevo nessuno se non, di vista, uno alto spilungone che aveva fatto la mia stessa scuola superiore ma in un’altra sezione.

Oltre ai menù delle mie cene purtroppo a volte dimentico perché sono iniziate certe amicizie. O meglio, come. Cosa è stato a far scambiare una battuta in più, a far partire la proposta di una birra a fine lezione o di una gita e un pranzo al mare non appena la stagione l’avrebbe consentito. Probabile ci sia stato lo zampino dello spilungone dell’altra sezione alle superiori, o il bisogno vitale degli appunti del mingherlino con gli occhiali sempre gentilissimo non solo con le ragazze.

Insomma non ricordo come, ma di certo è iniziata un’amicizia che dura da poco meno di vent’anni, che in vent’anni ha visto, sì, la quotidianità delle lezioni, amici che si sono aggiunti, fidanzamenti straordinari, frequentazioni più discutibili, tesi, feste di laurea, primi lavori, secondi, terzi lavori, contratti a progetto, co.co.co, co.co.pro, matrimoni, bambini, tanto cibo, tante risate, tantissimo maiale.

È con loro, credo, che ho iniziato ad apprezzare il cibo, a considerare il cibo un’occasione per stare insieme, per tirare tardi a casa dell’uno o dell’altro, al mare, in montagna, a Ferragosto, in quel-posto-che-proprio-dobbiamo-provare, ogni volta che si può. Esperienze culinarie talvolta quasi estreme cui non possiamo rinunciare e che ogni volta riescono a riunire dieci amici sparsi in Emilia Romagna e lungo il confine della Lombardia.

Questi personaggi che, non ricordo come, ho conosciuto 17 anni fa – che forse fa un po’ meno impressione che dire 20? -, domenica sono stati a pranzo da me.

PRANZO DI MARZO PER 15 PERSONE (iniziamo finalmente a ragionare), di cui 4 minori di 10 anni ma affamati.

Una cosa che hanno questi miei amici è la fame. Qualcuno ha provato a stare a dieta, qualcun altro ha qualche volta provato a esprimere una timida preferenza, ma la verità è che mangiano tutto, e con gusto, rappresentazione e conferma dello spirito di questa nostra terra emiliana in cui la tavola è gioia pura.

Una cosa, invece, che sanno fare queste mie amiche è cucinare. Ebbene sì. Il mio cuore si scioglie e concedo loro di “portare qualcosa”.

Quindi il menù, comunque concordato, è: torta salata con zucca, olive e stracchino della Stefy, erbazzone della vicina di casa del mingherlino gentilissimo, la Silvia ha portato il parmigiano reggiano. E poi pasta con radicchio, taleggio e salsiccia, polpettone al limone con pancetta e scamorza e zuppa inglese della Mari.

Lo spilungone dell’altra sezione delle superiori, ritenuto altamente inaffidabile, porta da bere.

pranzo di marzo

Per l’occasione, la mia tavola, colorata di rosso e di giallo, è stata decorata con i famosi barattoli di zuppa Campbell pieni di fiori e coloratissimi, idea comparsa un bel giorno sulla timeline di facebook.

Ecco qui allora la mia tavola che, con questa bellissima e semplice idea, se non fosse che la zuppa Campbell è tutt’altro che buona e svuotare quei barattoli è stata veramente una sofferenza, diventa una tavola speciale.

pranzo di marzo